FOOD DELIVERY - Un fenomeno in crisi?
di Maria Luisa Castiglioni
DELIVERY E COMMISSARIAMENTO. L’ITALIA ALLE PRESE CON LA RIVOLUZIONE (E LE CONTRADDIZIONI) DEL LAVORO DIGITALE
In Italia il fenomeno del food delivery ha da tempo superato la dimensione della moda per entrare in quella di una componente stabile dell’economia urbana. Ordinare una pizza, un sushi o la spesa di tutti i giorni con un clic è diventato routine e ha trasformato le abitudini dei consumatori. Ma dietro alla comodità nascosta nello schermo di uno smartphone si è sviluppato un mondo complesso, fatto di algoritmi, contratti atipici e, sempre più spesso, di conflitti sul ruolo e sul valore del lavoro dei rider, i ciclofattorini che consegnano i pasti.
Una tensione crescente
Negli ultimi anni, le grandi piattaforme globali come Glovo e Deliveroo, insieme ad altri operatori come Uber Eats o Just Eat, hanno costruito la loro espansione in Italia su un modello di lavoro fondato principalmente su libera collaborazione con partita IVA. Formalmente, i rider sono autonomi e scelgono quando connettersi alla piattaforma; nella pratica, però, algoritmi che assegnano consegne, monitorano prestazioni e influenzano potenzialmente l’importo dei guadagni impongono regole e dinamiche molto simili a quelle di un rapporto di lavoro subordinato. La conseguenza è una tensione crescente tra il desiderio di flessibilità e la mancanza di tutele effettive, che ha portato istituzioni, sindacati e tribunali a interrogarsi sulla legittimità di questo modello.
Vita da rider
Sulla scena nazionale si è aperto un dibattito di ampio respiro: i sindacati spingono perché i rider vengano inquadrati con contratti collettivi che garantiscano salario minimo, contributi sociali e diritti come malattia o ferie, criticando un sistema che, di fatto, costringe molte persone a lavorare su più piattaforme contemporaneamente per raggiungere un reddito minimo. Secondo alcune indagini, oltre la metà dei rider attivi distribuisce il proprio tempo tra più app proprio per cercare di assicurarsi un’entrata dignitosa, una dinamica che non somiglia più alla semplice “flessibilità” promessa ma a una vera e propria strategia di sopravvivenza economica fino al punto di creare un sistema multilivello che vede la partecipazione di connazionali su profili già creati.
Controlli
Tutto questo contesto ha portato le autorità italiane ad assumere misure senza precedenti nei confronti delle piattaforme più esposte. A febbraio 2026 la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario della società italiana Foodinho srl, che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, con l’accusa di caporalato digitale e sfruttamento dei lavoratori. Gli inquirenti hanno chiesto l’intervento di un amministratore giudiziario per vigilare sull’organizzazione delle attività e regolarizzare la posizione di migliaia di rider, formalmente inquadrati come autonomi ma, secondo l’accusa, di fatto soggetti a una gestione che nega i diritti e garanzie minime. Si parla di circa 40.000 lavoratori coinvolti su scala nazionale, con compensi che secondo gli atti risultano frequentemente al di sotto della soglia di povertà e ben lontani dai minimi contrattuali previsti per il settore. A questa prima mossa giudiziaria si è aggiunta poco dopo la disposizione di controllo giudiziario anche per Deliveroo, che con i suoi circa 20.000 rider in Italia è diventata il secondo grande nome del delivery sotto indagine per analoghe ragioni. La Procura milanese ha aperto un fascicolo anche per questa piattaforma, contestando modalità di organizzazione del lavoro che, a detta degli inquirenti, configurano una forma di sfruttamento tramite algorithmic management.
Effetto domino
Tutta questa pressione mediatica e giudiziaria non si ferma alle scrivanie degli uffici legali. Ha già prodotto un evidente effetto domino. Alcuni importanti partner commerciali delle piattaforme hanno cominciato a rivedere o sospendere le loro collaborazioni. In una decisione che ha sorpreso molti osservatori, catene di supermercati come GSCarrefour hanno annunciato la sospensione dei servizi di consegna tramite Glovo e Deliveroo nei propri punti vendita, giustificando la scelta con la priorità della tutela dei lavoratori.
Risettare il modello di business
Il vero tema sarà capire però come aziende di ristorazione che da Covid 19 a oggi hanno spostato parte dei loro ricavi (a volte fino al 40%) sulla delivery, possano riorganizzare il proprio modello di business. La situazione milanese concentra in sé uno scontro più ampio tra due visioni dell’economia digitale. Da una parte, le grandi piattaforme sostengono di offrire opportunità di lavoro flessibile e di saper innovare un mercato in crescita. Dall’altra, autorità giudiziarie, sindacati e un numero crescente di rider denunciano che la flessibilità promessa si traduce troppo spesso in precarietà reale, con turni lunghi, retribuzioni basse e protezioni sociali insufficienti. Questa tensione ha implicazioni dirette sulla vita di chi lavora nelle città italiane e sulla tenuta stessa di un modello di business che, fino a poco tempo fa, era stato elevato come paradigma di modernità.
Un problema strutturale
Il commissariamento di piattaforme come Glovo e Deliveroo a Milano non è soltanto un atto giudiziario isolato: è la manifestazione di un problema strutturale, dove il lavoro digitale si scontra con le tradizionali protezioni sociali e dove l’Italia si trova a dover ridefinire un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti. Lo scenario evidenzia altresì la sconfitta della Gig economy che accumula perdite di bilancio stratosferiche anche applicando modelli non sostenibili da un punto di vista delle risorse umane.
Il futuro del lavoro digitale
Nel frattempo, il dibattito prosegue: c’è chi invoca nuove norme specifiche per il mondo della Gig economy e chi ritiene che si debba partire dall’applicazione piena delle regole esistenti, a partire dal riconoscimento del lavoro subordinato nei casi in cui la piattaforma eserciti un controllo effettivo sulle attività dei rider. Qualunque sia la strada scelta, la vicenda italiana dimostra che il futuro del lavoro digitale non può essere solo questione di algoritmi e app, ma deve confrontarsi con valori costituzionali come la dignità del lavoro e l’equità sociale. Resta però l’incognita di scelte radicali di questi operatori di fronte a imposizioni di inquadramento della forza vendita: non è da escludere infatti l’uscita dal mercato italiano di questi players come già accaduto in passato con Getir o Uber eats. L’augurio è che si trovi una formula che permetta da una parte migliori condizioni lavorative e dall’altra la prosecuzione di un servizio che è oggi diventato parte integrante del modello della ristorazione (sia a catena che indipendente ) e una grande commodity per tutti noi.
Gig economy – Per Gig economy si intende un modello di lavoro basato su incarichi temporanei e flessibili, spesso gestiti tramite piattaforme digitali.

